Shopping compulsivo: facciamo un po’ di chiarezza

Sappiamo che lo shopping è diventato la malattia del nostro tempo.

C’è chi addirittura ne ha tratto una fortunata serie di libri divertenti, come i romanzi di Sophie Kinsella in cui la protagonista, Becky, giornalista carina e determinata, ha un’irrefrenabile passione per lo shopping. Becky finisce per  comprare di tutto fino a dare fondo alle sue carte di credito e in un susseguirsi di situazioni paradossali l’autrice ci fa sorridere delle sue manie.

Ci sono ricercatori che hanno avanzato ipotesi sociologiche a spiegazione dell’insorgenza del disturbo nella nostra società. Ad esempio, Black (2011) sostiene che la grande disponibilità di beni tra cui scegliere, l’accesso al credito ed il tempo libero abbiano favorito la diffusione del disturbo. La produttività dei paesi occidentali si è evoluta al punto da rendere disponibili molti più prodotti di quelli che effettivamente possono essere necessari. La sovrabbondanza di beni può convincere le persone ad avere necessità di beni di cui in realtà non ha alcun bisogno, portandolo ad acquistare di più.

Ma quali sono i casi in cui lo shopping compulsivo diventa un vero e proprio disturbo?

Ci sono casi in cui lo shopping diventa una vera e propria “Dipendenza”. Sappiamo che le persone più a rischio di sviluppare questa condizione sono soprattutto donne (nel 95% dei casi) in un’età compresa generalmente tra i 20 e i 30 anni, l’età cioè in cui si tende a conquistare una certa indipendenza economica.

L’e-commerce purtroppo è complice dello shopping compulsivo: comprare attraverso lo schermo del pc permette di nascondersi, di acquistare a qualsiasi ora e di agire in modo impulsivo, con un velocissimo clic sulla tastiera. Non è un caso che sette compratori compulsivi su dieci sono iscritti in media a due siti di shopping online.

Il disturbo da acquisto compulsivo rientra nella sezione “Dipendenze comportamentali” del Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali DSM-5. Si caratterizza per una intensa pulsione a comprare che si mantiene anche dopo aver effettuato l’ acquisto. La persona si trova ad essere consumata dal desiderio, sente di non poter “resistere” e compra al fine di alleviare la tensione che prova, anche oggetti, vestiti del tutto inutili e che mai userà. Tipico di questa disturbo è la tendenza a sviluppare sensi di colpa e autosvalutazioni per non esserci riusciti a fermare e aver speso soldi inutilmente.

Il ripetersi degli episodi di acquisto compulsivo possono portare la persona a conseguenze dannose sul piano psicologico, economico, relazionale e lavorativo.

Generalmente la persona che soffre di questa dipendenza attraversa diverse fasi:  

  • nella prima fase di un episodio di shopping compulsivo, la persona inizia ad avere pensieri, preoccupazioni e senso di urgenza verso l’atto di acquistare, sia in generale sia riguardo un oggetto in particolare. Questa fase, inoltre, sembra solitamente preceduta da emozioni sgradevoli quali tristezza, ansia, noia o rabbia.
  • la seconda fase è quella in cui ci si prepara all’acquisto pianificando alcuni aspetti come i negozi da visitare, il genere di articoli da ricercare o addirittura il metodo di pagamento che si intende utilizzare.
  • la terza fase è quella dello shopping compulsivo vero e proprio, in cui la persona, spesso in preda ad una eccitazione quasi sessuale, si sente “corteggiata” dagli oggetti che vede e dalle loro qualità, valutate in quel momento come estremamente attraenti e irrinunciabili.
  • la quarta fase, che chiude l’episodio, è quella successiva all’acquisto compulsivo, dopo il quale le precedenti sensazioni di eccitazione ed euforia si tramutano rapidamente in frustrazione, senso di colpa, vergogna e delusione verso se stessi.

Gli acquisti, come le sostanze di abuso, determinano il rilascio di dopamina, con possibili alterazioni di lunga durata a carico delle vie dopaminergiche. Questa alterazione è tipica delle dipendenze: col rilascio di maggiori quantità di dopamina vi è un numero minore di recettori della dopamina da legare e si manifesta la necessità di crescenti quantitativi di sostanza o maggiore manifestazione del comportamento di abuso per provare sensazioni positive di pari intensità.

Come si guarisce da questa dipendenza?

La psicoterapia è il trattamento di prima scelta per questo tipo di dipendenza patologiche. Normalmente questo tipo di disturbo è frequente in chi già soffre di personalità dipendente e in persone con bassa autostima, che tendono a sviluppare falso sè. In particolare la psicoterapia dinamica si sofferma sulla storia emotiva del paziente ed in particolare sul tipo di emozioni associate agli acquisti, sui meccanismi di difesa disfunzionali usati dalla persona per affrontare il disturbo, sulle conseguenze degli acquisti sull’autostima e sulle relazioni sociali del paziente e infine sulla possibilità di cercare, assieme al terapeuta, nuove strategie di gestione delle situazioni emotive complesse per evitare le ricadute.

Perfezionismo: quando nulla è mai abbastanza

Dare il massimo e cercare di raggiungere risultati importanti rappresenta un atteggiamento utile in molte situazioni, che ci aiuta ad impegnarci con energia e determinazione. Tuttavia, è necessario distinguere un sano investimento sui propri obiettivi dal perfezionismo patologico.

Infatti, porsi aspettative eccessivamente elevate e rigide può generare un meccanismo disfunzionale, che si accompagna a difficoltà emotive e psicologiche (vissuti ansiosi, depressivi, pensieri ossessivi).

Ecco alcune caratteristiche ricorrenti nel perfezionismo patologico:

  • Standard irrealistici (rispetto a obiettivi, immagine di sé, comportamenti)
  • Paura del fallimento
  • Percezione degli errori come segnali di evidente inadeguatezza di sé stessi
  • Giudizi negativi su di sé, abbassamento dell’autostima (non si è mai sufficientemente bravi, nulla è mai abbastanza)
  • Pensiero assoluto: un errore diviene una mancanza imperdonabile e alimenta la credenza di non riuscire a farcela
  • Timore del giudizio altrui e sensibilità alle critiche
  • Sovrastima degli errori/obiettivi non raggiunti rispetto agli esiti positivi ottenuti

Quando si è in presenza di questi aspetti, la persona è imprigionata in una costante svalutazione di sé, proprio perché le aspettative (proprie o percepite negli altri) sono irrealizzabili e puntate ad una perfezione che non potrà mai essere raggiunta.

Queste persone vivono ogni situazione con un livello di ansia più elevata rispetto agli altri, poiché è in gioco il proprio valore e si espongono a sentimenti depressivi, sentendosi spesso non all’altezza. In linea con ciò, il perfezionista teme di deludere gli altri, pensando che la loro stima possa essere facilmente perduta.

Inoltre, è coinvolto un meccanismo di controllo: spesso chi vive il perfezionismo patologico, utilizza eccessive energie e tempo per prepararsi alle varie situazioni, sperando di poterne così determinare l’esito.

Tutto questo porta il perfezionista a perdere il piacere e l’investimento positivo in ciò che fa, intrappolato dai propri stessi standard.

In alcuni casi, la fatica emotiva è tale da associarsi a situazioni di difficoltà psicologica, forte ansia, rinuncia ed evitamento (la persona può sentire di non riuscire a raggiungere il livello che vorrebbe, arrivando a procrastinare un’attività e bloccarsi per timore del fallimento).

In queste situazioni, un percorso psicologico e psicoterapeutico è utile per a comprendere l’origine del proprio perfezionismo e giungere a modalità più funzionali per il proprio benessere.

Per contrastare questi meccanismi è necessario interrogarsi su che cosa basiamo il nostro valore e costruire un’accettazione più solida di sé, con un sentimento autentico di autostima per ciò che si è. Ad esempio, riconoscendosi il diritto di non essere perfetti o infallibili, interpretando gli errori come parte del fisiologico processo che porta ad un certo risultato e utilizzando verso se stessi un giudizio meno rigido e severo. 

I disturbi della personalità

Ognuno di noi ha una propria personalità, unica e contraddistinta da caratteristiche del carattere e proprie peculiarità.
I tratti di personalità rappresentano schemi di pensiero, percezione, reazione e relazione che possono rimanere stabili o modificarsi nel tempo.
Ma quando si può parlare realmente di un disturbo?

I disturbi di personalità compaiono quando tali tratti divengono talmente pronunciati, rigidi e disadattivi da compromettere il funzionamento lavorativo e interpersonale della persona.
Si tratta di modalità sociali disadattive al punto tale da provocare un disagio significativo non solo in coloro che ne soffrono, ma anche in coloro che li circondano.
Per le persone con disturbo di personalità, solitamente la sofferenza causata dalle conseguenze dei loro comportamenti è la ragione per cui richiedono un trattamento, piuttosto che per il disagio associato ai loro pensieri e sentimenti. Ecco perchè con queste persone è di fondamentale importanza aiutarle a capire che i loro tratti di personalità sono la radice del problema.
Spesso arrivare ad una diagnosi di tali disturbi non è però così semplice, in quanto si presentano quasi sempre altre sintomatologie e altri disagi psicologici aggiuntivi, come stati di ansia o depressivi, oppure l’uso di sostanze e, non di rado, la comorbilità con altri disturbi di personalità. Tutti questi sintomi paralleli possono fungere da maschera, rendendo più difficile il lavoro di psicodiagnosi.

I Disturbi di personalità riconosciuti finora nel DSM5 (Manuale di Classificazione Diagnostica e Statistica dei Disturbi Mentali, a cui normalmente si fa riferimento per arrivare ad una diagnosi), sono suddivisi in tre categorie, dette Cluster, che presentano ciascuna delle componenti simili rispetto ai sottostanti tipi di personalità.

Andiamo brevemente ad esaminarli.

Cluster A: I disturbi appartenenti a questa classe sono caratterizzati da modelli di pensiero e di comportamento atipici, riconosciuti quindi come strani, eccentrici o inusuali.
Sono presenti difficoltà nello stabilire relazioni interpersonali, una predilezione per lo stare da soli e in disparte rispetto alla società, un senso di inadeguatezza ad adattarsi al mondo esterno.
Il soggetto può mancare di empatia o mostrare tratti di insensibilità e distaccamento, ma in genere non è consapevole del proprio disturbo.

Queste caratteristiche si ritrovano nelle personalità:
Paranoide, caratterizzato da un modello pervasivo di diffidenza ingiustificata e dal sospetto verso gli altri, con la convinzione che intendano danneggiarli o ingannarli, anche quando non hanno una valida giustificazione per questi sentimenti.
Schizoide, personalità nella quale emerge il disinteresse verso gli altri, caratterizzata da un modello di distacco e di disinteresse rispetto alle relazioni sociali e da una gamma ridotta di emozioni nelle relazioni interpersonali.
Schizotipico, disturbo caratterizzato da idee e comportamenti eccentrici, le esperienze cognitive possono manifestarsi attraverso una deviazione più florida dalla realtà, ad esempio idee di riferimento, idee paranoiche, illusioni corporee o pensiero magico. Presenta una maggiore disorganizzazione del pensiero e del linguaggio rispetto ad altri disturbi di personalità.

Il Cluster B è caratterizzato da comportamenti drammatici, emotivi, o stravaganti.
Esso comprende i seguenti disturbi di personalità con le loro caratteristiche distintive:

Antisociale: caratterizzato da irresponsabilità sociale, disprezzo per gli altri, inganno e manipolazione per un unico guadagno personale.
Tipicamente, la persone con una personalità antisociale sono impulsive ed irresponsabili. Solitamente non sono in grado di tollerare la frustrazione e, non di rado, possono essere ostili o violente. Spesso non prevedono le conseguenze negative dei loro comportamenti antisociali e, malgrado i problemi o i danni che causano agli altri, non provano rimorso o colpa. Piuttosto, la loro tendenza è quella di razionalizzare il loro comportamento o dare la colpa agli altri per ciò che hanno fatto.
Borderline: personalità caratterizzata dall’intolleranza di essere soli e da una forte instabilità emotiva e relazionale, oltre ad un’immagine di sè distorta e ad un senso di inutilità.Le persone con personalità Borderline presentano inoltre una rapida capacità di cambiare spesso umore, anche nell’arco di un’unica giornata. Il carattere è impulsivo e può arrivare anche a un’autodistruttività.
Le relazioni intime sono vissute in modo intenso, ma altalenante, caratterizzate da rotture, tira e molla, accompagnate da una pervasiva e violenta paura dell’abbandono, che si esplicita negli strenui tentativi di non rimanere da solo.
Istrionico: è alla continua ricerca di attenzioni, esuberante, provocante e se non ottiene attenzione ne consegue un umore depresso. I soggetti che presentano tale disturbo sono molto preoccupati del loro aspetto fisico e di come appaiono agli altri.
Narcisistico: il disturbo narcisistico di personalità è caratterizzato da un modello pervasivo di grandiosità, necessità di adulazione, e mancanza di empatia. Questi soggetti presentano una fragile autostima e hanno bisogno di lode e di affiliazioni con persone speciali o istituzioni; tendono anche a svalutare altre persone in modo da mantenere un senso di superiorità.

Il Cluster C è caratterizzato da comportamenti ansiosi o paurosi o inibiti.
In questo cluster ritroviamo i disturbi:

Evitante: la persona tende all’evitamento del contatto interpersonale in virtù della sofferenza che può seguire un rifiuto. Sono eccessivamente sensibili al rifiuto e temono di instaurare nuovi rapporti o di esporsi a qualunque nuova attività. Presentano un forte desiderio di affetto e accettazione, ma evitano i rapporti intimi e le situazioni sociali per timore di apparire inadeguati o di essere criticati.
Dipendente: caratterizzato da arrendevolezza e dalla necessità di essere accuditi. Solitamente, le persone dipendenti delegano le decisioni e le responsabilità importanti ad altri e consentono a chi si occupa di loro di prevaricare sui propri bisogni. Hanno una bassa stima di sé e appaiono molto insicure circa la propria capacità di prendersi cura di se stessi.
Ossessivo-compulsivo: Caratterizzato da perfezionismo, rigidità, controllo ed ostinazione. Sono persone molto precise, credibili ed affidabili, ma proprio per questo presentano una grossa difficoltà di adattamento a situazioni nuove e ai cambiamenti. Se intraprendono una nuova attività faticano nel portarla a termine a causa della loro non tolleranza agli errori o alle imperfezioni.

Empatia, la parola magica della Psicoterapia

La parola deriva dal greco “εμπαθεία” (empatéia, a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore al suo pubblico.

L’empatia è uno strumento non solo utile, ma necessario allo psicoterapeuta di professione per percepire ciò che il paziente prova dal punto di vista emotivo. Capita spesso infatti, che vi siano molti terapeuti che si lamentino di essere poco empatici nei confronti dei propri pazienti, ma in realtà questa loro insicurezza, paura e spesso ostilità verso i pazienti, è provocata da affetti poco positivi, che scaturiscono proprio dal loro elevato livello di empatia, il quale permette di entrare talmente nello stato del paziente, da sentirne i sentimenti, a tal punto da confondere i propri con quelli degli altri.

Gli affetti dei pazienti quindi, molte volte causano una sofferenza talmente grande allo stesso terapeuta, che a lui risulta difficile indurre negli stessi risposte di uguale intensità. Tutto ciò in realtà è molto positivo, perché in questo modo l’infelicità del paziente diventa percepita in maniera sincera e genuina. Non è quindi frutto di un meccanismo dettato dalla mera compassione professionale, ma tenendo conto dell’unicità della persona si entra autenticamente a far parte del suo vissuto emotivo (Nancy Mc Williams).

L’insonnia: uno sguardo ad un disturbo frequente e dalle molte sfaccettature

Si stima che in Italia circa un terzo della popolazione adulta presenti sintomi di insonnia (Associazione Italiana Medicina del Sonno), riportando manifestazioni di vario genere: difficoltà ad addormentarsi, interruzioni del sonno ripetute nel corso della notte, risveglio anticipato nelle prime ore del mattino.

Situazioni di questo tipo, quando pervasive, rappresentano fonte di grande disagio per le persone che ne sono affette, creando ripercussioni sulle proprie attività quotidiane.

Da un punto di vista psicologico, la qualità del sonno rappresenta un importante indice dello stato mentale della persona, poiché i disturbi in questa sfera spesso sono legati a circostanze stressanti, eventi traumatici, ansia, disagio emotivo.   E’ necessario distinguere tra l’insonnia situazionale e l’insonnia cronica. Nel primo caso si è di fronte a una manifestazione strettamente legata a condizioni esterne che la persona sta vivendo, quindi è generalmente temporanea e circoscritta e c’è maggiore probabilità che si sia consapevoli del legame causale con ciò che sta avvenendo. In tal senso, il cambiamento della situazione o l’elaborazione di strategie di reazione più funzionali anche attraverso percorsi di supporto psicologico, consentono di superare l’insonnia.

Al contrario quando il disturbo è persistente, presentando cronicità, il quadro diagnostico e di intervento, diviene più complesso.  Possono esserci casi in cui l’insonnia è legata a condizioni mediche, patologie organiche che influenzano il sonno della persona, soprattutto in presenza di una sintomatologia dolorosa (i pazienti oncologici spesso vedono una riduzione della loro qualità del sonno in conseguenza delle sofferenze fisiche associate alla loro condizione).  Altri casi ancora, riguardano l’insonnia idiopatica o primaria, in cui la persona riporta di avere sempre sofferto di difficoltà a raggiungere o mantenere l’addormentamento. In queste ultime situazioni è ipotizzabile il coinvolgimento di meccanismi cerebrali e neurologici nella regolazione sonno-veglia (Lavie,1999).

In altri casi si osserva l’associazione tra disturbi del sonno e forme di disagio psicologico più o meno gravi, fino ad arrivare ad effettive manifestazioni psicopatologiche. Un elemento fortemente connesso con la difficoltà ad addormentarsi è l’ansia, legata a stati interni di tensione, preoccupazione, pensieri ricorrenti, inquietudine. In molte patologie mentali la persona vive stati d’ansia, dall’intensità variabile, che impattano sulla sua capacità di rilassarsi nel momento dell’addormentamento.

Una delle condizioni cliniche più studiate in relazione alla qualità del sonno è la depressione. Le persone affette da questa patologia, mostrano configurazioni uniche del sonno, tanto che la presenza di disturbi del sonno diviene un’indicazione diagnostica importante nell’identificare la presenza di depressione. Circa l’80% dei pazienti depressi mostra una riduzione significativa di sonno profondo e risvegli anticipati con difficoltà o impossibilità a riaddormentarsi e il 15% presenta ipersonnia, cioè dorme un numero di ore di sonno superiori a quanto necessario (Franzen & Buysse, 2008).

Alla luce di quanto visto finora, per affrontare l’insonnia è necessario compiere una diagnosi puntuale delle cause del disturbo, facendo riferimento a 4 aspetti fondamentali  (Lavie, 1999): la forma del disturbo (difficoltà nell’addormentamento, interruzioni del sonno, risveglio anticipato o una combinazione di questi sintomi); le circostanze e il momento della comparsa; la gravità (persistenza, cronicità o alternanza con momenti in cui non si manifesta) ; in che misura influenza le attività quotidiane.

Qualsiasi intervento per risolvere l’insonnia ha l’obiettivo di superare gli ostacoli al sonno poiché “è impossibile obbligare qualcuno a dormire” (Lavie, 1999) e, quindi, diviene fondamentale comprendere cosa impedisca al sonno di sopraggiungere naturalmente e in modo spontaneo.

Per chi soffre di insonnia, un passaggio necessario sarà quello di iniziare un percorso diagnostico per individuare le specifiche cause del suo disturbo. Nei casi in cui è implicata una condizione psicopatologica o di disagio emotivo, è auspicabile intraprendere un percorso psicoterapeutico che, affrontando il disturbo mentale e la sofferenza psicologica  connessa, porterà la persona a ritrovare un’adeguata qualità del sonno.

Oltre a ciò, strumenti terapeutici per la cura dell’insonnia, si ritrovano in tecniche di rilassamento, meditazione, biofeedback che aiutano il paziente a superare stati di tensione, emotiva e muscolare, che ostacolano l’addormentamento.  Inoltre è utile seguire le indicazioni per una buona igiene del sonno, quindi divenire consapevoli di comportamenti che non favoriscono un’adeguata qualità del sonno (andare a letto quando ci si sente pronti a dormire e non troppo presto, “forzandosi” all’addormentamento; evitare abitudini controproducenti nella fase antecedente al sonno, come l’assunzione di cibi di difficile digestione, o quella di sostanze eccitanti come caffè e nicotina; mantenere una regolarità negli orari).

Un ulteriore strumento utilizzato nella cura dell’insonnia è rappresentato dai farmaci. Sebbene essi possano essere di aiuto, è bene sottolineare l’importanza di assumerli solo dopo un’attenta valutazione da parte dei professionisti sanitari: vi sono grandi differenze a seconda del tipo di farmaco e la scelta deve basarsi su una puntuale analisi della situazione specifica. Inoltre, l’assunzione dei sonniferi deve essere realizzata secondo un programma stabilito e verificando eventuali effetti di tolleranza (dopo  un certo periodo di tempo la loro efficacia può calare) o di astinenza (nel caso di sospensione del farmaco).

VIOLENZA SULLE DONNE: L’INCUBO DENTRO LA PROPRIA CASA

La violenza domestica è un fenomeno tanto grave quanto diffuso. Esso è sommerso: moltissimi sono i casi in cui le donne che ne sono vittima non  sporgono denuncia contro il proprio partner, rimanendo nel silenzio.

Vivere una situazione di violenza domestica significa essere sottoposti costantemente ad un clima di tensione e di paura. Non bisogna mai dimenticare che per queste donne la casa è il luogo in cui esse divengono vittime; vittime di una persona che hanno sposato, con cui hanno una relazione affettiva, che, in una  parte dei casi, è il padre dei loro figli.

Sono donne umiliate regolarmente, svalutate sistematicamente, percosse e abusate. Quindi la violenza non è solo o sempre fisica, ma anche psicologica. Il risultato è una compromissione grave della loro autostima, del loro senso di auto-efficacia: viene minata l’integrità psichica, cosicché esse mettono in dubbio la propria percezione del mondo e di loro stesse,  vivendo una perdita della propria identità.

Quando il maltrattante è il partner, il piano dell’abuso e quello affettivo si sovrappongono, creando una profonda confusione nella donna, che si trova così in una condizione di ambiguità,  accettando comportamenti ed eventi che in altro contesto (anche psicologico) non avrebbe accettato; questo fa scaturire sentimenti di intensa vergogna che caratterizzano l’esperienza delle donne maltrattate.

Il mondo interno di queste donne è, quindi, frammentato, dominato dall’ambiguità, privato dei suoi punti di forza, svuotato di quelle percezioni su cui era costruito il senso di Sé della persona.

Walker (1979)  richiama la “teoria dell’impotenza appresa” (Psychosocial Theory of Learned Helplessness): la donna sperimenta ripetutamente una sensazione di non controllo della situazione, come se essa fosse al di fuori della propria capacità di influenza; dunque,  non può che subire le violenze, non c’è via di scampo. Queste percezioni portano ad un atteggiamento di pervasiva passività, cui consegue la mancanza di iniziativa a interrompere la relazione o ad agire per un cambiamento della condizione in cui si trova.

Uscirne è possibile, sebbene non semplice. Uno degli strumenti a servizio di donne maltrattate è rappresentato dai Centri Antiviolenza: strutture che offrono una varietà di servizi per le donne vittime di violenza, da linee telefoniche di emergenza, terapie psicologiche, assistenza sociale, corsi di formazione professionale e, in molti casi, sono in collegamento con rifugi o appartamenti a indirizzo segreto per le donne che decidono di lasciare il partner e necessitano di un alloggio sicuro. Fondamentali sono i percorsi di supporto psicologico e psicoterapia, realizzabili come terapie di gruppo o individuali. Nel gruppo la donna può ritrovare relazioni positive, superando l’isolamento sociale in cui spesso era confinate a seguito dell’abuso. Nelle psicoterapie individuali possono essere affrontate le conseguenze emotive e psicologiche specifiche legate alla violenza subìta. La  donna potrà riappropriarsi del senso di sé, della consapevolezza del proprio valore e dei propri punti di forza, acquisendo modelli relazionali positivi ed elaborando la sofferenza passata.

Il ruolo della famiglia nel gioco d’azzardo patologico

ll disturbo da gioco d’azzardo patologico (Gambling Disorder), come viene ora denominato nel nuovo Manuale DSM-5, è stato riconosciuto come un disturbo di dipendenza e come tale trattabile con programmi terapeutici propri programmi per l’addiction.

Anche in Italia, questo riconoscimento è arrivato con l’inserimento della cura di questo disturbo all’interno dei SERT (Servizi per le dipendenze patologiche delle ASL)  che hanno istituito specifiche equipe che si occupano di diagnosi e cura del gioco d’azzardo patologico.

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La noia è creatività!

 

La noia, da sempre, è vissuta e riconosciuta dall’uomo come uno stato emotivo tipicamente negativo. Spesso associato alla pigrizia, in alcune persone può addirittura provocare un senso interiore di vergogna legato al dover ammettere di annoiarsi, per cui ci si sente in “dovere” di mostrarsi agli altri (e anche a sé stessi) come una persona sempre piena di impegni e di cose da fare. Tutti siamo sommersi da appuntamenti, corsi da seguire, attività ricreative o di svago, aperitivi, hobbies e chi più ne ha più ne metta, che esprimiamo verbalmente con frasi del tipo “sono sempre pieno di impegni!” oppure “non mi annoio mai!”. Leggi tutto “La noia è creatività!”

Blue Jasmine: il dolore del non-essere

Woody Allen è uno di quegli autori che dividono il pubblico: c’è chi non ne ha mai apprezzato stile, tematiche e linguaggi e chi lo ama, quasi incondizionatamente.  Difficile è porsi nel mezzo. Difficile soprattutto quando uno dei suoi film, Blue Jasmine appunto, presenta aspetti di incredibile finezza psicologica ma, al contempo, mostra i suoi limiti e qualcosa non funziona.

Sebbene la narrazione, alcuni dialoghi e i personaggi sullo sfondo non siano all’altezza e sappiano di già visto, la protagonista, Jasmine, tratteggiata con sapiente consapevolezza delle vie che il dolore mentale può intraprendere, vale la visione del film.

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Aiuto ho perso il lavoro!

 

 

In letteratura sono numerosi gli studi che mostrano come la perdita del lavoro sia un vero e proprio trauma sul piano psichico che si associa a reazioni quali incredulità, pessimismo, rassegnazione con emergere di vissuti depressivi[1].
L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce la perdita del lavoro tra le prime cause di stress psicologico con un impatto paragonabile al lutto per la perdita di una persona cara.
Paykel e coll. (1971), nella loro famosa Scala sui Life Events, in riferimento al potere stressogeno degli eventi, collocano il licenziamento e le difficoltà economiche tra i primi posti.
Il lavoro è una parte importante della vita di ognuno di noi, non solo, evidentemente, per le necessità concrete e quotidiane il cui soddisfacimento è legato a certe condizioni economiche, ma anche per le implicazioni che esso ha sul benessere generale della persona.

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