Cambiamento e Resilienza

La maggioranza delle persone tende a non amare molto i cambiamenti. La spiegazione più comune è che la situazione precedente, per quanto spiacevole, è comunque in qualche modo un territorio ormai conosciuto, mentre la novità, per quanto possa essere allettante, ha inevitabilmente lo svantaggio di essere un’esperienza sconosciuta e che quindi percepiamo fuori dal nostro controllo perchè non l’abbiamo mai sperimentata prima e non sappiamo come affrontarla.
Questo aspetto diventa limitante anche per cambiamenti riconosciuti razionalmente come positivi, ad esempio quelli che riguardano il nostro benessere psicofisico.
Non è un caso quindi che al cambiamento venga associata quasi sempre un’accezione negativa e, soprattutto, una condizione di rischio, parola alla quale, di solito, vengono associati eventi spiacevoli. Associare ad un possibile cambiamento un miglioramento o un’evoluzione è purtroppo abbastanza raro.
A volte la necessità di un cambiamento è legata all’insorgere di una difficoltà o di un evento che non dipende da noi o dalla nostra volontà (come, ad esempio, la pandemia di Coronavirus che ci ha colpiti da marzo 2020).
Il fatto di poter affrontare tale cambiamento e di poterne “uscire” in maniera positiva e fortificata dipende dal nostro grado di resilienza.
Sicuramente abbiamo tutti sentito parlare di resilienza almeno una volta. E’ una parola che spesso viene usata anche nel linguaggio comune e non è difficile sentire questo termine in televisione o leggerlo in qualche articolo o libro.
In particolare, questo periodo storico ha visto popolazioni intere, a livello globale, soggette ad un cambiamento importante, improvviso e di cui nessuno aveva già fatto esperienza in passato: la pandemia legata al contagio del virus Covid19, che si è espanso in tutto il mondo in maniera drammatica e in tempi abbastanza brevi.
Questa condizione, per forza di cose, ha fatto esperire più o meno a tutti un’esperienza di cambiamento immediato, senza preavviso per cui ci siamo sentiti impotenti, impauriti e fuori controllo.
Le varie fasi sono cambiate nel giro di alcuni mesi, senza che le indicazioni date avessero mai una certezza fondata sulla riuscita e sul contenimento pandemico.
Ecco che in tale situazione di confusione e di emergenza abbiamo potuto sperimentare sulla nostra pelle il grado di resilienza di ognuno di noi e ancora, a distanza di mesi, continuiamo a farlo per adattarci a nuove regole, nuovi comportamenti, nuove emozioni, una nuova vita.

Ma di preciso, che cos’è la resilienza?
Possiamo ritrovarla in vari settori, che non sembrano nemmeno collegati tra loro, ma il significato è il medesimo:
1.In tecnologia, è la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi.
2.In psicologia, indica la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.
3.In ecologia e biologia, la resilienza è la capacità di una materia vivente di autoripararsi dopo un danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato.

Per ciò che a noi interessa, possiamo quindi dire che la resilienza altro non è che la capacità dell’individuo di fronteggiare una situazione stressante, acuta o cronica, ripristinando l’equilibrio psico-fisico precedente allo stress e, in certi casi, portandolo ad un miglioramento.
In pratica, corrisponde ad un adattamento alle avversità.
In altri termini, può essere vista come la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche di costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita, nonostante le situazioni difficili inducano a pensare ad un esito negativo.

Ciò che la distingue da una semplice forma di adattamento è una dinamica positiva, una capacità di andare avanti, nonostante le crisi, permettendo la ricostruzione di un percorso di vita.
Di certo si tratta di un dono inestimabile, ciò nonostante non dobbiamo pensare che ci renda invincibili o che sia una qualità presente sempre e comunque: possono infatti verificarsi momenti in cui le situazioni sono troppo pesanti da sopportare, generando un’instabilità più o meno duratura e pervasiva.
Essere resilienti non significa essere infallibili, piuttosto essere disposti al cambiamento quando necessario, essere disposti a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta, tenendo anche in considerazione che la forza delle battaglie superate predispone l’individuo a lottare con maggior consapevolezza (dei rischi assunti e della probabilità di riuscita) per raggiungere un equilibrio migliore.

Al contrario di ciò che si possa pensare, essere resilienti non significa che la persona non si senta in difficoltà o non esperisca una certa quota di stress; il dolore emotivo, la tristezza e le altre emozioni negative sono frequenti e comuni in tutti coloro che vivono delle avversità o delle situazioni traumatiche.
Avere un alto livello di resilienza significa avere le risorse per riuscire ad affrontare gli eventi stressanti senza farsi sopraffare da essi.
Inoltre, una notevole rilevanza, la riveste anche l’uso della nostra attenzione. Se infatti l’attenzione si fissa sugli ostacoli, sulle difficoltà, sui problemi, più facilmente avremo difficoltà nel proseguire il nostro percorso, l’atteggiamento diventerà passivo e negativo; se invece l’attenzione si concentrerà sul nostro obiettivo e su quanto ci ha portato a sceglierlo, nella soluzione dei problemi saremo sostenuti dalle motivazioni e l’atteggiamento sarà più attivo e risolutivo.
La resilienza non e’ un tratto stabile e immodificabile della personalità, ma viceversa implica una serie di comportamenti, pensieri e atteggiamenti che possono essere appresi, migliorati e sviluppati in ciascun individuo.

Generalmente, con il trascorrere del tempo, le persone trovano il modo di adattarsi bene a situazioni oggettivamente drammatiche come incidenti, lutti, calamità naturali ed altri eventi traumatici in generale.
La resilienza è, dunque, una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto all’esperienza, ai vissuti e, soprattutto, al cambiamento dei meccanismi mentali che la sottendono.
In genere, le persone più resilienti, e che quindi più spesso riescono a fronteggiare meglio le avversità della vita, presentano:

1.Impegno, ovvero la tendenza a lasciarsi coinvolgere nelle attività.
2.Locus of control interno, la convinzione di poter dominare gli eventi che si verificano al punto da non sentirsi in balia degli stessi.
3.Gusto per le sfide, ossia predisposizione ad accettare i cambiamenti senza viverli come problematici.

Impegno, controllo e gusto per le sfide sono caratteristiche della persona di cui si può avere consapevolezza e perciò possono essere coltivate e incoraggiate. Per questo, la resilienza non è una caratteristica che è presente o assente in un individuo; come già descritto precedentemente essa presuppone comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere appresi da chiunque.
Gli individui resilienti trovano in loro stessi, nelle relazioni umane, e nei contesti di vita, quegli elementi di forza per superare le avversità, definiti fattori di protezione, i quali sono contrapposti ai fattori di rischio, che invece diminuiscono la capacità di sopportare il dolore.

Secondo Werner e Smith (1982) tra i fattori di rischio che espongono a una maggiore vulnerabilità agli eventi stressanti, diminuendo la resilienza, troviamo:
I fattori emozionali (abuso, bassa autostima, scarso controllo emozionale), interpersonali (rifiuto dei pari, isolamento, chiusura);
I fattori familiari (bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, disturbi nella comunicazione);
I fattori di sviluppo (ritardo mentale, disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale).

Tra i fattori protettivi gli stessi autori ne individuano di individuali e familiari.
Tra i fattori individuali, l’essere primogenito, un buon temperamento, la sensibilità, l’autonomia, unita alla competenza sociale e comunicativa, l’autocontrollo, e la consapevolezza e fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi (locus of control interno).
A questi si aggiunge una risorsa di estrema importanza: il comportamento seduttivo, che consente di essere benvoluti e di riconoscere e accettare gli aiuti che vengono offerti dall’esterno.
I fattori protettivi familiari comprendono l’elevata attenzione riservata al bambino nel primo anno di vita, la qualità delle relazioni tra genitori, il sostegno alla madre nell’accudimento del piccolo, la coerenza nelle regole, il supporto di parenti e vicini di casa, o comunque di figure di riferimento affettivo.

In particolare, esplorando i fattori protettivi, è possibile individuare cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza (Cantoni, 2014):

1.L’ottimismo, ovvero la disposizione a cogliere il lato buono delle cose; è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi (Seligman, 1996).
2.L’autostima, che si accoppia all’ottimismo. Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.
3.La robustezza psicologica (Hardiness), a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti: il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.
4.Le emozioni positive, ovvero focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.
5.Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto.

In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza sta nella qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico. Parlare in termini di resilienza vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e superare un processo di analisi lineare, di causa ed effetto, per cui non è più corretto ragionare dicendo per esempio: “E’ stato gravemente ferito, quindi è spacciato per tutta la vita!”

Non tutti hanno la stessa forza o la giusta dose di resilienza per poter affrontare in modo funzionale e positivo un grosso cambiamento, come ad esempio quello subito in questo periodo di pandemia improvvisa.
Persone particolarmente vulnerabili, potrebbero non sopportare le misure di contenimento e di isolamento.
Di conseguenza, potrebbero sperimentare ansia, panico, depressione e ritiro sociale in misura tale da renderle disfunzionali nella vita quotidiana, incapaci di gestire la situazione, prendersi cura di sé e degli altri.
Pertanto, se senti che da solo non ce la fai ad affrontare le tue paure, se senti il bisogno di un sostegno più massiccio e sicuro, non esitare a ricercare un aiuto professionale contattando uno psicologo o uno psicoterapeuta che possano aiutarti a gestire il tuo disagio e ad acquisire le risorse per poter vivere meglio in questo momento difficile.

Piccoli amici: il rapporto con gli animali domestici

Moltissime persone scelgono di condividere la propria vita con un animale domestico: l’Italia è il secondo Paese dell’UE per presenza di animali da compagnia con circa il 53% dei cittadini che convivono con un animale (Ansa, 2019). Inoltre, il rapporto con il proprio coinquilino a quattro zampe rappresenta un aspetto molto importante per la maggioranza delle persone: investono tempo e denaro per il benessere del loro animale domestico e condizionano le proprie scelte per garantire tale benessere (decisioni abitative, come gestire il tempo libero, come organizzare le vacanze).

Questa tematica suscita opinioni contrastanti: c’è chi, anche sulla base della propria esperienza, non ha dubbi sull’impatto positivo del rapporto con un animale domestico sulla propria vita e chi invece ritiene che si possa degenerare in un atteggiamento eccessivamente morboso.

Dunque, da un punto di vista psicologico, quali riflessioni si possono fare? Moltissimi studi confermano l’assoluta profondità affettiva che si instaura tra un essere umano e un animale domestico. Una ricerca recente condotta dall’Università di Manchester (Brooks et al. 2018) ha rilevato come il rapporto con il proprio animale da compagnia fosse fonte di fondamentale supporto emotivo per persone con disturbi mentali, alleviando le sofferenze e l’isolamento collegati alla condizione patologica della persona.

Il ricorso a protocolli di Pet Therapy è una pratica consolidata in moltissime situazioni di malessere e difficoltà, proprio per i riconosciuti benefici dell’interazione con gli animali.

Cosa succede dunque quando entriamo in contatto con un animale da compagnia? La nostra sfera emotiva viene stimolata, attingiamo a modalità di comunicazione diversificate, produciamo ossitocina e siamo portati, dunque, ad accrescere la nostra capacità empatica e di fiducia verso gli altri, oltre che il nostro senso di responsabilità verso un altro essere vivente. Alcune caratteristiche che percepiamo negli animali sono collegate a questi impatti positivi: l’animale non emette giudizi verso l’essere umano e questo ci permette di sentirci liberi di essere completamente noi stessi e di sentirci accettati. Pertanto, amore, lealtà e tenerezza contraddistinguono il rapporto con l’animale domestico, arricchendo la vita affettiva e rappresentando un fattore protettivo del benessere psicologico.

Naturalmente per godere di questa profondità in modo sano, è necessario considerare l’animale nelle sue caratteristiche reali, senza proiettare su di esso un’eccessiva umanizzazione. Esattamente come gli animali si relazionano a noi per come siamo e per come ci comportiamo con loro, allo stesso modo dovremo rapportarci e dare affetto a loro per ciò che sono, rispettandone la natura.

Non è, ovviamente, indispensabile avere un animale per accrescere il proprio benessere e le proprie capacità relazionali, ma per chi si sente predisposto ad occuparsi di un piccolo compagno a quattro zampe, potrà essere un’importante occasione per dare spazio a parti di sé ed emozioni anche molto intense.

Essere Robin

 

“Sai quanta gente ci vive coi cani
E ci parla come agli esseri umani
Intanto i giorni che passano accanto li vedi partire come treni
Che non hanno i binari, ma ali di carta
E quanti inutili scemi per strada o su Facebook
Che si credono geni, ma parlano a caso
Mentre noi ci lasciamo di notte, piangiamo
E poi dormiamo coi cani

Ti sei accorta anche tu, che siamo tutti più soli?
Tutti col numero dieci sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori
Ti sei accorta anche tu, che in questo mondo di eroi
Nessuno vuole essere Robin”

Queste parole sono tratte dal testo della canzone di Cesare Cremonini “Nessuno vuole essere Robin”.

Non è necessario conoscere tutto o parte di questo pezzo per soffermarsi su alcuni passaggi che hanno a che fare con la vita di ciascuno di noi.
In queste parole si parla di comunicazione, di vita, di amore, di tempo, di pazienza (o impazienza!), di responsabilità, di accettazione, di potere. Concetti complicati e molto ampi.
Chi è Robin? Robin è il fedele compagno di Batman, il suo pupillo, è quel ragazzino col mantello giallo e la tuta rossa che lo aiuta nelle sue imprese rocambolesche di salvataggio di persone o animali in pericolo, insomma è colui che rimane in ombra, che è sempre al secondo posto.
Si è fatto sfuggire un’occasione? È arrivato tardi? Potrà crescere e migliorare? Vuole diventare come Batman?
Un Batman in primo piano ce l’abbiamo già: tutti, almeno da bambini, abbiamo sognato di essere come lui. Ma Robin? Chi può sognare di essere come Robin?
Probabilmente tanti di noi sono già come Robin e la smania di correre e di raggiungere qualcosa d’altro ci fa perdere la conoscenza di noi stessi, di ciò che abbiamo tra le mani, di quali siano le nostre reali capacità, i nostri desideri, le nostre risorse.
Accettiamo il Robin che è in noi! Portiamo pazienza, ragioniamo sulle occasioni che abbiamo oggi di poter capire e amare ciò che siamo, nei pregi e nei difetti.
Accettazione e consapevolezza sono i primi passi per poter vivere in modo più sereno. Per chi non conoscesse questa canzone consiglio di ascoltarla dall’inizio alla fine, è un invito a fermarsi nel caos quotidiano e a riflettere.
Ognuno potrà riconoscersi in qualche passaggio e in un Robin, che in fondo, non è poi così male!

Shopping compulsivo: facciamo un po’ di chiarezza

Sappiamo che lo shopping è diventato la malattia del nostro tempo.

C’è chi addirittura ne ha tratto una fortunata serie di libri divertenti, come i romanzi di Sophie Kinsella in cui la protagonista, Becky, giornalista carina e determinata, ha un’irrefrenabile passione per lo shopping. Becky finisce per  comprare di tutto fino a dare fondo alle sue carte di credito e in un susseguirsi di situazioni paradossali l’autrice ci fa sorridere delle sue manie.

Ci sono ricercatori che hanno avanzato ipotesi sociologiche a spiegazione dell’insorgenza del disturbo nella nostra società. Ad esempio, Black (2011) sostiene che la grande disponibilità di beni tra cui scegliere, l’accesso al credito ed il tempo libero abbiano favorito la diffusione del disturbo. La produttività dei paesi occidentali si è evoluta al punto da rendere disponibili molti più prodotti di quelli che effettivamente possono essere necessari. La sovrabbondanza di beni può convincere le persone ad avere necessità di beni di cui in realtà non ha alcun bisogno, portandolo ad acquistare di più.

Ma quali sono i casi in cui lo shopping compulsivo diventa un vero e proprio disturbo?

Ci sono casi in cui lo shopping diventa una vera e propria “Dipendenza”. Sappiamo che le persone più a rischio di sviluppare questa condizione sono soprattutto donne (nel 95% dei casi) in un’età compresa generalmente tra i 20 e i 30 anni, l’età cioè in cui si tende a conquistare una certa indipendenza economica.

L’e-commerce purtroppo è complice dello shopping compulsivo: comprare attraverso lo schermo del pc permette di nascondersi, di acquistare a qualsiasi ora e di agire in modo impulsivo, con un velocissimo clic sulla tastiera. Non è un caso che sette compratori compulsivi su dieci sono iscritti in media a due siti di shopping online.

Il disturbo da acquisto compulsivo rientra nella sezione “Dipendenze comportamentali” del Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali DSM-5. Si caratterizza per una intensa pulsione a comprare che si mantiene anche dopo aver effettuato l’ acquisto. La persona si trova ad essere consumata dal desiderio, sente di non poter “resistere” e compra al fine di alleviare la tensione che prova, anche oggetti, vestiti del tutto inutili e che mai userà. Tipico di questa disturbo è la tendenza a sviluppare sensi di colpa e autosvalutazioni per non esserci riusciti a fermare e aver speso soldi inutilmente.

Il ripetersi degli episodi di acquisto compulsivo possono portare la persona a conseguenze dannose sul piano psicologico, economico, relazionale e lavorativo.

Generalmente la persona che soffre di questa dipendenza attraversa diverse fasi:  

  • nella prima fase di un episodio di shopping compulsivo, la persona inizia ad avere pensieri, preoccupazioni e senso di urgenza verso l’atto di acquistare, sia in generale sia riguardo un oggetto in particolare. Questa fase, inoltre, sembra solitamente preceduta da emozioni sgradevoli quali tristezza, ansia, noia o rabbia.
  • la seconda fase è quella in cui ci si prepara all’acquisto pianificando alcuni aspetti come i negozi da visitare, il genere di articoli da ricercare o addirittura il metodo di pagamento che si intende utilizzare.
  • la terza fase è quella dello shopping compulsivo vero e proprio, in cui la persona, spesso in preda ad una eccitazione quasi sessuale, si sente “corteggiata” dagli oggetti che vede e dalle loro qualità, valutate in quel momento come estremamente attraenti e irrinunciabili.
  • la quarta fase, che chiude l’episodio, è quella successiva all’acquisto compulsivo, dopo il quale le precedenti sensazioni di eccitazione ed euforia si tramutano rapidamente in frustrazione, senso di colpa, vergogna e delusione verso se stessi.

Gli acquisti, come le sostanze di abuso, determinano il rilascio di dopamina, con possibili alterazioni di lunga durata a carico delle vie dopaminergiche. Questa alterazione è tipica delle dipendenze: col rilascio di maggiori quantità di dopamina vi è un numero minore di recettori della dopamina da legare e si manifesta la necessità di crescenti quantitativi di sostanza o maggiore manifestazione del comportamento di abuso per provare sensazioni positive di pari intensità.

Come si guarisce da questa dipendenza?

La psicoterapia è il trattamento di prima scelta per questo tipo di dipendenza patologiche. Normalmente questo tipo di disturbo è frequente in chi già soffre di personalità dipendente e in persone con bassa autostima, che tendono a sviluppare falso sè. In particolare la psicoterapia dinamica si sofferma sulla storia emotiva del paziente ed in particolare sul tipo di emozioni associate agli acquisti, sui meccanismi di difesa disfunzionali usati dalla persona per affrontare il disturbo, sulle conseguenze degli acquisti sull’autostima e sulle relazioni sociali del paziente e infine sulla possibilità di cercare, assieme al terapeuta, nuove strategie di gestione delle situazioni emotive complesse per evitare le ricadute.

Perfezionismo: quando nulla è mai abbastanza

Dare il massimo e cercare di raggiungere risultati importanti rappresenta un atteggiamento utile in molte situazioni, che ci aiuta ad impegnarci con energia e determinazione. Tuttavia, è necessario distinguere un sano investimento sui propri obiettivi dal perfezionismo patologico.

Infatti, porsi aspettative eccessivamente elevate e rigide può generare un meccanismo disfunzionale, che si accompagna a difficoltà emotive e psicologiche (vissuti ansiosi, depressivi, pensieri ossessivi).

Ecco alcune caratteristiche ricorrenti nel perfezionismo patologico:

  • Standard irrealistici (rispetto a obiettivi, immagine di sé, comportamenti)
  • Paura del fallimento
  • Percezione degli errori come segnali di evidente inadeguatezza di sé stessi
  • Giudizi negativi su di sé, abbassamento dell’autostima (non si è mai sufficientemente bravi, nulla è mai abbastanza)
  • Pensiero assoluto: un errore diviene una mancanza imperdonabile e alimenta la credenza di non riuscire a farcela
  • Timore del giudizio altrui e sensibilità alle critiche
  • Sovrastima degli errori/obiettivi non raggiunti rispetto agli esiti positivi ottenuti

Quando si è in presenza di questi aspetti, la persona è imprigionata in una costante svalutazione di sé, proprio perché le aspettative (proprie o percepite negli altri) sono irrealizzabili e puntate ad una perfezione che non potrà mai essere raggiunta.

Queste persone vivono ogni situazione con un livello di ansia più elevata rispetto agli altri, poiché è in gioco il proprio valore e si espongono a sentimenti depressivi, sentendosi spesso non all’altezza. In linea con ciò, il perfezionista teme di deludere gli altri, pensando che la loro stima possa essere facilmente perduta.

Inoltre, è coinvolto un meccanismo di controllo: spesso chi vive il perfezionismo patologico, utilizza eccessive energie e tempo per prepararsi alle varie situazioni, sperando di poterne così determinare l’esito.

Tutto questo porta il perfezionista a perdere il piacere e l’investimento positivo in ciò che fa, intrappolato dai propri stessi standard.

In alcuni casi, la fatica emotiva è tale da associarsi a situazioni di difficoltà psicologica, forte ansia, rinuncia ed evitamento (la persona può sentire di non riuscire a raggiungere il livello che vorrebbe, arrivando a procrastinare un’attività e bloccarsi per timore del fallimento).

In queste situazioni, un percorso psicologico e psicoterapeutico è utile per a comprendere l’origine del proprio perfezionismo e giungere a modalità più funzionali per il proprio benessere.

Per contrastare questi meccanismi è necessario interrogarsi su che cosa basiamo il nostro valore e costruire un’accettazione più solida di sé, con un sentimento autentico di autostima per ciò che si è. Ad esempio, riconoscendosi il diritto di non essere perfetti o infallibili, interpretando gli errori come parte del fisiologico processo che porta ad un certo risultato e utilizzando verso se stessi un giudizio meno rigido e severo. 

I disturbi della personalità

Ognuno di noi ha una propria personalità, unica e contraddistinta da caratteristiche del carattere e proprie peculiarità.
I tratti di personalità rappresentano schemi di pensiero, percezione, reazione e relazione che possono rimanere stabili o modificarsi nel tempo.
Ma quando si può parlare realmente di un disturbo?

I disturbi di personalità compaiono quando tali tratti divengono talmente pronunciati, rigidi e disadattivi da compromettere il funzionamento lavorativo e interpersonale della persona.
Si tratta di modalità sociali disadattive al punto tale da provocare un disagio significativo non solo in coloro che ne soffrono, ma anche in coloro che li circondano.
Per le persone con disturbo di personalità, solitamente la sofferenza causata dalle conseguenze dei loro comportamenti è la ragione per cui richiedono un trattamento, piuttosto che per il disagio associato ai loro pensieri e sentimenti. Ecco perchè con queste persone è di fondamentale importanza aiutarle a capire che i loro tratti di personalità sono la radice del problema.
Spesso arrivare ad una diagnosi di tali disturbi non è però così semplice, in quanto si presentano quasi sempre altre sintomatologie e altri disagi psicologici aggiuntivi, come stati di ansia o depressivi, oppure l’uso di sostanze e, non di rado, la comorbilità con altri disturbi di personalità. Tutti questi sintomi paralleli possono fungere da maschera, rendendo più difficile il lavoro di psicodiagnosi.

I Disturbi di personalità riconosciuti finora nel DSM5 (Manuale di Classificazione Diagnostica e Statistica dei Disturbi Mentali, a cui normalmente si fa riferimento per arrivare ad una diagnosi), sono suddivisi in tre categorie, dette Cluster, che presentano ciascuna delle componenti simili rispetto ai sottostanti tipi di personalità.

Andiamo brevemente ad esaminarli.

Cluster A: I disturbi appartenenti a questa classe sono caratterizzati da modelli di pensiero e di comportamento atipici, riconosciuti quindi come strani, eccentrici o inusuali.
Sono presenti difficoltà nello stabilire relazioni interpersonali, una predilezione per lo stare da soli e in disparte rispetto alla società, un senso di inadeguatezza ad adattarsi al mondo esterno.
Il soggetto può mancare di empatia o mostrare tratti di insensibilità e distaccamento, ma in genere non è consapevole del proprio disturbo.

Queste caratteristiche si ritrovano nelle personalità:
Paranoide, caratterizzato da un modello pervasivo di diffidenza ingiustificata e dal sospetto verso gli altri, con la convinzione che intendano danneggiarli o ingannarli, anche quando non hanno una valida giustificazione per questi sentimenti.
Schizoide, personalità nella quale emerge il disinteresse verso gli altri, caratterizzata da un modello di distacco e di disinteresse rispetto alle relazioni sociali e da una gamma ridotta di emozioni nelle relazioni interpersonali.
Schizotipico, disturbo caratterizzato da idee e comportamenti eccentrici, le esperienze cognitive possono manifestarsi attraverso una deviazione più florida dalla realtà, ad esempio idee di riferimento, idee paranoiche, illusioni corporee o pensiero magico. Presenta una maggiore disorganizzazione del pensiero e del linguaggio rispetto ad altri disturbi di personalità.

Il Cluster B è caratterizzato da comportamenti drammatici, emotivi, o stravaganti.
Esso comprende i seguenti disturbi di personalità con le loro caratteristiche distintive:

Antisociale: caratterizzato da irresponsabilità sociale, disprezzo per gli altri, inganno e manipolazione per un unico guadagno personale.
Tipicamente, la persone con una personalità antisociale sono impulsive ed irresponsabili. Solitamente non sono in grado di tollerare la frustrazione e, non di rado, possono essere ostili o violente. Spesso non prevedono le conseguenze negative dei loro comportamenti antisociali e, malgrado i problemi o i danni che causano agli altri, non provano rimorso o colpa. Piuttosto, la loro tendenza è quella di razionalizzare il loro comportamento o dare la colpa agli altri per ciò che hanno fatto.
Borderline: personalità caratterizzata dall’intolleranza di essere soli e da una forte instabilità emotiva e relazionale, oltre ad un’immagine di sè distorta e ad un senso di inutilità.Le persone con personalità Borderline presentano inoltre una rapida capacità di cambiare spesso umore, anche nell’arco di un’unica giornata. Il carattere è impulsivo e può arrivare anche a un’autodistruttività.
Le relazioni intime sono vissute in modo intenso, ma altalenante, caratterizzate da rotture, tira e molla, accompagnate da una pervasiva e violenta paura dell’abbandono, che si esplicita negli strenui tentativi di non rimanere da solo.
Istrionico: è alla continua ricerca di attenzioni, esuberante, provocante e se non ottiene attenzione ne consegue un umore depresso. I soggetti che presentano tale disturbo sono molto preoccupati del loro aspetto fisico e di come appaiono agli altri.
Narcisistico: il disturbo narcisistico di personalità è caratterizzato da un modello pervasivo di grandiosità, necessità di adulazione, e mancanza di empatia. Questi soggetti presentano una fragile autostima e hanno bisogno di lode e di affiliazioni con persone speciali o istituzioni; tendono anche a svalutare altre persone in modo da mantenere un senso di superiorità.

Il Cluster C è caratterizzato da comportamenti ansiosi o paurosi o inibiti.
In questo cluster ritroviamo i disturbi:

Evitante: la persona tende all’evitamento del contatto interpersonale in virtù della sofferenza che può seguire un rifiuto. Sono eccessivamente sensibili al rifiuto e temono di instaurare nuovi rapporti o di esporsi a qualunque nuova attività. Presentano un forte desiderio di affetto e accettazione, ma evitano i rapporti intimi e le situazioni sociali per timore di apparire inadeguati o di essere criticati.
Dipendente: caratterizzato da arrendevolezza e dalla necessità di essere accuditi. Solitamente, le persone dipendenti delegano le decisioni e le responsabilità importanti ad altri e consentono a chi si occupa di loro di prevaricare sui propri bisogni. Hanno una bassa stima di sé e appaiono molto insicure circa la propria capacità di prendersi cura di se stessi.
Ossessivo-compulsivo: Caratterizzato da perfezionismo, rigidità, controllo ed ostinazione. Sono persone molto precise, credibili ed affidabili, ma proprio per questo presentano una grossa difficoltà di adattamento a situazioni nuove e ai cambiamenti. Se intraprendono una nuova attività faticano nel portarla a termine a causa della loro non tolleranza agli errori o alle imperfezioni.

Empatia, la parola magica della Psicoterapia

La parola deriva dal greco “εμπαθεία” (empatéia, a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore al suo pubblico.

L’empatia è uno strumento non solo utile, ma necessario allo psicoterapeuta di professione per percepire ciò che il paziente prova dal punto di vista emotivo. Capita spesso infatti, che vi siano molti terapeuti che si lamentino di essere poco empatici nei confronti dei propri pazienti, ma in realtà questa loro insicurezza, paura e spesso ostilità verso i pazienti, è provocata da affetti poco positivi, che scaturiscono proprio dal loro elevato livello di empatia, il quale permette di entrare talmente nello stato del paziente, da sentirne i sentimenti, a tal punto da confondere i propri con quelli degli altri.

Gli affetti dei pazienti quindi, molte volte causano una sofferenza talmente grande allo stesso terapeuta, che a lui risulta difficile indurre negli stessi risposte di uguale intensità. Tutto ciò in realtà è molto positivo, perché in questo modo l’infelicità del paziente diventa percepita in maniera sincera e genuina. Non è quindi frutto di un meccanismo dettato dalla mera compassione professionale, ma tenendo conto dell’unicità della persona si entra autenticamente a far parte del suo vissuto emotivo (Nancy Mc Williams).

L’insonnia: uno sguardo ad un disturbo frequente e dalle molte sfaccettature

Si stima che in Italia circa un terzo della popolazione adulta presenti sintomi di insonnia (Associazione Italiana Medicina del Sonno), riportando manifestazioni di vario genere: difficoltà ad addormentarsi, interruzioni del sonno ripetute nel corso della notte, risveglio anticipato nelle prime ore del mattino.

Situazioni di questo tipo, quando pervasive, rappresentano fonte di grande disagio per le persone che ne sono affette, creando ripercussioni sulle proprie attività quotidiane.

Da un punto di vista psicologico, la qualità del sonno rappresenta un importante indice dello stato mentale della persona, poiché i disturbi in questa sfera spesso sono legati a circostanze stressanti, eventi traumatici, ansia, disagio emotivo.   E’ necessario distinguere tra l’insonnia situazionale e l’insonnia cronica. Nel primo caso si è di fronte a una manifestazione strettamente legata a condizioni esterne che la persona sta vivendo, quindi è generalmente temporanea e circoscritta e c’è maggiore probabilità che si sia consapevoli del legame causale con ciò che sta avvenendo. In tal senso, il cambiamento della situazione o l’elaborazione di strategie di reazione più funzionali anche attraverso percorsi di supporto psicologico, consentono di superare l’insonnia.

Al contrario quando il disturbo è persistente, presentando cronicità, il quadro diagnostico e di intervento, diviene più complesso.  Possono esserci casi in cui l’insonnia è legata a condizioni mediche, patologie organiche che influenzano il sonno della persona, soprattutto in presenza di una sintomatologia dolorosa (i pazienti oncologici spesso vedono una riduzione della loro qualità del sonno in conseguenza delle sofferenze fisiche associate alla loro condizione).  Altri casi ancora, riguardano l’insonnia idiopatica o primaria, in cui la persona riporta di avere sempre sofferto di difficoltà a raggiungere o mantenere l’addormentamento. In queste ultime situazioni è ipotizzabile il coinvolgimento di meccanismi cerebrali e neurologici nella regolazione sonno-veglia (Lavie,1999).

In altri casi si osserva l’associazione tra disturbi del sonno e forme di disagio psicologico più o meno gravi, fino ad arrivare ad effettive manifestazioni psicopatologiche. Un elemento fortemente connesso con la difficoltà ad addormentarsi è l’ansia, legata a stati interni di tensione, preoccupazione, pensieri ricorrenti, inquietudine. In molte patologie mentali la persona vive stati d’ansia, dall’intensità variabile, che impattano sulla sua capacità di rilassarsi nel momento dell’addormentamento.

Una delle condizioni cliniche più studiate in relazione alla qualità del sonno è la depressione. Le persone affette da questa patologia, mostrano configurazioni uniche del sonno, tanto che la presenza di disturbi del sonno diviene un’indicazione diagnostica importante nell’identificare la presenza di depressione. Circa l’80% dei pazienti depressi mostra una riduzione significativa di sonno profondo e risvegli anticipati con difficoltà o impossibilità a riaddormentarsi e il 15% presenta ipersonnia, cioè dorme un numero di ore di sonno superiori a quanto necessario (Franzen & Buysse, 2008).

Alla luce di quanto visto finora, per affrontare l’insonnia è necessario compiere una diagnosi puntuale delle cause del disturbo, facendo riferimento a 4 aspetti fondamentali  (Lavie, 1999): la forma del disturbo (difficoltà nell’addormentamento, interruzioni del sonno, risveglio anticipato o una combinazione di questi sintomi); le circostanze e il momento della comparsa; la gravità (persistenza, cronicità o alternanza con momenti in cui non si manifesta) ; in che misura influenza le attività quotidiane.

Qualsiasi intervento per risolvere l’insonnia ha l’obiettivo di superare gli ostacoli al sonno poiché “è impossibile obbligare qualcuno a dormire” (Lavie, 1999) e, quindi, diviene fondamentale comprendere cosa impedisca al sonno di sopraggiungere naturalmente e in modo spontaneo.

Per chi soffre di insonnia, un passaggio necessario sarà quello di iniziare un percorso diagnostico per individuare le specifiche cause del suo disturbo. Nei casi in cui è implicata una condizione psicopatologica o di disagio emotivo, è auspicabile intraprendere un percorso psicoterapeutico che, affrontando il disturbo mentale e la sofferenza psicologica  connessa, porterà la persona a ritrovare un’adeguata qualità del sonno.

Oltre a ciò, strumenti terapeutici per la cura dell’insonnia, si ritrovano in tecniche di rilassamento, meditazione, biofeedback che aiutano il paziente a superare stati di tensione, emotiva e muscolare, che ostacolano l’addormentamento.  Inoltre è utile seguire le indicazioni per una buona igiene del sonno, quindi divenire consapevoli di comportamenti che non favoriscono un’adeguata qualità del sonno (andare a letto quando ci si sente pronti a dormire e non troppo presto, “forzandosi” all’addormentamento; evitare abitudini controproducenti nella fase antecedente al sonno, come l’assunzione di cibi di difficile digestione, o quella di sostanze eccitanti come caffè e nicotina; mantenere una regolarità negli orari).

Un ulteriore strumento utilizzato nella cura dell’insonnia è rappresentato dai farmaci. Sebbene essi possano essere di aiuto, è bene sottolineare l’importanza di assumerli solo dopo un’attenta valutazione da parte dei professionisti sanitari: vi sono grandi differenze a seconda del tipo di farmaco e la scelta deve basarsi su una puntuale analisi della situazione specifica. Inoltre, l’assunzione dei sonniferi deve essere realizzata secondo un programma stabilito e verificando eventuali effetti di tolleranza (dopo  un certo periodo di tempo la loro efficacia può calare) o di astinenza (nel caso di sospensione del farmaco).

VIOLENZA SULLE DONNE: L’INCUBO DENTRO LA PROPRIA CASA

La violenza domestica è un fenomeno tanto grave quanto diffuso. Esso è sommerso: moltissimi sono i casi in cui le donne che ne sono vittima non  sporgono denuncia contro il proprio partner, rimanendo nel silenzio.

Vivere una situazione di violenza domestica significa essere sottoposti costantemente ad un clima di tensione e di paura. Non bisogna mai dimenticare che per queste donne la casa è il luogo in cui esse divengono vittime; vittime di una persona che hanno sposato, con cui hanno una relazione affettiva, che, in una  parte dei casi, è il padre dei loro figli.

Sono donne umiliate regolarmente, svalutate sistematicamente, percosse e abusate. Quindi la violenza non è solo o sempre fisica, ma anche psicologica. Il risultato è una compromissione grave della loro autostima, del loro senso di auto-efficacia: viene minata l’integrità psichica, cosicché esse mettono in dubbio la propria percezione del mondo e di loro stesse,  vivendo una perdita della propria identità.

Quando il maltrattante è il partner, il piano dell’abuso e quello affettivo si sovrappongono, creando una profonda confusione nella donna, che si trova così in una condizione di ambiguità,  accettando comportamenti ed eventi che in altro contesto (anche psicologico) non avrebbe accettato; questo fa scaturire sentimenti di intensa vergogna che caratterizzano l’esperienza delle donne maltrattate.

Il mondo interno di queste donne è, quindi, frammentato, dominato dall’ambiguità, privato dei suoi punti di forza, svuotato di quelle percezioni su cui era costruito il senso di Sé della persona.

Walker (1979)  richiama la “teoria dell’impotenza appresa” (Psychosocial Theory of Learned Helplessness): la donna sperimenta ripetutamente una sensazione di non controllo della situazione, come se essa fosse al di fuori della propria capacità di influenza; dunque,  non può che subire le violenze, non c’è via di scampo. Queste percezioni portano ad un atteggiamento di pervasiva passività, cui consegue la mancanza di iniziativa a interrompere la relazione o ad agire per un cambiamento della condizione in cui si trova.

Uscirne è possibile, sebbene non semplice. Uno degli strumenti a servizio di donne maltrattate è rappresentato dai Centri Antiviolenza: strutture che offrono una varietà di servizi per le donne vittime di violenza, da linee telefoniche di emergenza, terapie psicologiche, assistenza sociale, corsi di formazione professionale e, in molti casi, sono in collegamento con rifugi o appartamenti a indirizzo segreto per le donne che decidono di lasciare il partner e necessitano di un alloggio sicuro. Fondamentali sono i percorsi di supporto psicologico e psicoterapia, realizzabili come terapie di gruppo o individuali. Nel gruppo la donna può ritrovare relazioni positive, superando l’isolamento sociale in cui spesso era confinate a seguito dell’abuso. Nelle psicoterapie individuali possono essere affrontate le conseguenze emotive e psicologiche specifiche legate alla violenza subìta. La  donna potrà riappropriarsi del senso di sé, della consapevolezza del proprio valore e dei propri punti di forza, acquisendo modelli relazionali positivi ed elaborando la sofferenza passata.

Il ruolo della famiglia nel gioco d’azzardo patologico

ll disturbo da gioco d’azzardo patologico (Gambling Disorder), come viene ora denominato nel nuovo Manuale DSM-5, è stato riconosciuto come un disturbo di dipendenza e come tale trattabile con programmi terapeutici propri programmi per l’addiction.

Anche in Italia, questo riconoscimento è arrivato con l’inserimento della cura di questo disturbo all’interno dei SERT (Servizi per le dipendenze patologiche delle ASL)  che hanno istituito specifiche equipe che si occupano di diagnosi e cura del gioco d’azzardo patologico.

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